Lettera 6 di 13 – Antidoto alla normalità

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Ti regalo un aggettivo.

[Ore 15:21 – Scrivania della bottega. Sento Sofia, di là, che ripete ad alta voce la lezione di scienze. Oggi è qui con me così le do una mano con la tesina per l’esame di terza media. Come argomento ha scelto ‘Piccole donne’. Sono fiera dei miei nipoti dal momento in cui hanno aperto gli occhi. Mi piace essere zia. Sofia è una creatura che mi affascina tantissimo. La sto conoscendo strada facendo. Samuele ormai è grande e il nostro rapporto si è raffreddato rispetto al passato, ma credo di avere seminato bene perciò, se e quando avrà un motivo per farlo, tornerà. Mastico un pesciolino di liquirizia durissimo, ma comunque buono].

Carissimə,

oggi ti scrivo per dirti che – nonostante io abbia superato da un bel pezzo la pubertà – non ho ancora trovato me stessa. Ti spiego perché!

Una ventina di anni fa frequentavo un ragazzo* laureato in filosofia e forse anche in lettere e/o in pedagogia (non sono sicura) che la sapeva molto più lunga di me su tutto e non solo perché aveva una decina di anni di più e un ventaglio di titoli di studio, ma perché maneggiava con abilità argomenti che io avevo solo sfiorato – sbuffando! – sui libri di scuola.

Già allora io amavo molto scrivere perciò gli lasciavo dei biglietti qua e là, rigorosamente scritti a matita. Non erano lettere d’amore (non c’erano in ballo sentimenti così alti), ma riflessioni, ragionamenti, racconti. Lui non mi rispondeva scrivendomi a sua volta un biglietto, ma commentando, correggendo, sottolineando e approfondendo ai margini della pagina scritta da me.
In verde.
Sempre e solo in verde con una calligrafia bellissima, in uno stampatello microscopico.
A volte erano concetti, altre volte titoli di canzoni, oppure indicazioni di letture del tipo: “Libro tal dei tali” edizione Zeta, pagina x, riga 33.

Insieme andavamo in biblioteca, giravamo in biciletta per il paese, ci trovavamo in qualche bar. Ricordo al massimo qualche concerto e delle serate in compagnia in una discoteca lontanissima di cui non ricordo il nome. Un giorno eravamo in centro a bere un aperitivo e mi ha detto più o meno così:

“Guarda! Vedi quella ragazza? È bellissima, vero? Ecco, tu non dovrai mai paragonarti a quel tipo di donna. Promesso? Dovrai sempre sentire che la tua bellezza ha un’altra origine, riconoscerla, farla tua e imparare a usarla, fino in fondo. È qualcosa di cui devi prendere coscienza il prima possibile”.

E poi mi ha scritto in verde smeraldo: diventa ciò che sei.

Ora come allora di Nietzsche non so nulla, nemmeno lo spelling, ma la forza di quelle parole mi è arrivata forte e chiara. Più passa il tempo, più ne capisco il senso. Diventa-ciò-che-sei.

Sono passati anni e anni, nel frattempo ho letto un centinaio di libri, fatto psicoterapia, bioenergetica, partecipato a seminari, studiato, ascoltato, pregato, meditato… ho perfino imparato la Haka, e sempre ho portato con me quella frase che sembra così piccolina a vederla lì, ma invece contiene la formula per la vita-vera.
“Diventa ciò che sei” è un mantra, una preghiera, una regola, un incantesimo.

“Diventa ciò che sei”
è una benedizione.

È l’augurio migliore che si possa fare a sé stessi e agli altri. È la più grande dichiarazione d’amore che si possa sperare di riuscire a pronunciare a qualcuno e la forma di amore più alta che si possa sperare di ricevere.
È l’essenza della libertà.
Ogni genitore lo dovrebbe dire a suo figlio il giorno in cui lo mette al mondo. [Sì, hai capito bene: non “diventa quello che io desidero tu sia altrimenti avrò fallito come madrepadrenonnoziaziocuggino” bensì “diventa quello che tu sei, creatura unica e inimitabile e per questo motivo: straordinaria”].

Mi chiedo perché tantə di noi sono invischiati in copioni così distanti da questa meravigliosa e semplice verità. Trovo deprimente vivere immersa in un sistema che tiene in così bassa considerazione l’unicità e non trovo stimolanti le correnti che – per quanto mi riguarda – sono situazioni dalle quali attingere solo ciò che ci serve e non movimenti dai quali farsi trascinare ciecamente, senza opporre resistenza.

Anche nel mio lavoro qui in bottega al centro della mia attenzione tengo fisso il desiderio di vedere il colore dell’anima di chi ho davanti e tradurlo in progetto o in un prodotto che gli somigli, anche se filtrato dal mio spirito artistico.

Ho letto un libro qualche anno fa del quale conservo indelebile: ogni drago, non appena viene al mondo, sceglie il suo cavaliere che lo può cavalcare e che condivide tutto con lui, anche pensieri e magia. Ma il cavaliere può attingere alla magia sconfinata del drago se e solo se conosce il suo vero nome. Per conoscerlo deve andare su una montagna, in una landa desolata e restare in contemplazione di sé stesso finchè non raggiunge questo alto livello di consapevolezza. Il vero nome è composto da una lunga serie di aggettivi, non necessariamente lusinghieri tanto che non tutti sopravvivono a questa scoperta, scegliendo di buttarsi nel dirupo. Chi si accetta e integra tutte le parti di sé, diventa tutt’uno con il suo drago e con il suo potere.

E così, da anni, anche io sono alla ricerca del mio vero nome perché se c’è una cosa che voglio fare in questo giro di vita, è incontrarmi e guardarmi negli occhi almeno una volta senza indossare le lenti che ho preso in prestito da chissà chi e che rendono la mia visione sfocata. Voglio vedermi. Tutta. Intera.

Una voce antica e saggia mi dice che il giorno in cui mi incontrerò, sarà un giorno di luce e di ghiacciai che finalmente si sciolgono in lacrime che diventano ruscelli che scendono ad attraversare vallate verdi di alberi, fiori, uccelli che cantano e animali che corrono, liberi.

La parola che descrive questa emozione è ‘gioia’.

L’aggettivo del mio vero-nome che ho scelto di condividere con te è questo:

stravagante agg. [dal lat. mediev. extravagans -antis: v. estravagante]. – 1. letter. o raro. Di ciò che divaga, che esce fuori dai limiti, o da determinati limiti, dal comune, dalla consuetudine, dal normale: rime s., rimaste fuori dalla raccolta curata dal poeta stesso (v. estravagante, che è la forma più usata dai filologi); pagine s., che costituiscono l’opera minore di un autore, o che trattano argomenti diversi da quelli ch’egli è solito trattare. Per estens., straordinario, eccezionale, singolare: che mai può avere di s. costei, che non sia comune all’altre donne? (Goldoni). 2. Di persona che si comporta in modo bizzarro o fuori del normale, o che vaga o divaga facilmente col pensiero e con la fantasia; e quindi estroso, strano, bizzarro: che persona s.!; gli artisti sono tutti un po’ s.; sostantivato: è uno s.; le piace fare la s.; per estens., avere un carattere s., un cervello s.; e riferito alle manifestazioni, al comportamento: discorsi, modi s.; che idea s. t’è venuta! Con uso fig.: un tempo, una stagione s., incostante, che cambia spesso e all’improvviso. ◆ Avv. stravaganteménte, in modo stravagante: parlare, vestirsi, comportarsi stravagantemente.

Questo aggettivo è quello che, tra tutti, mi ha creato più grattacapi perciò è un perfetto punto di partenza.

Mi ha procurato l’antipatia di molte donne, ha fatto storcere il naso alla mia maestra delle elementari fin dal primo giorno di scuola, ha fatto sentire in dovere la mia famiglia di provare a correggermi per proteggermi dal dolore che mi avrebbe provocato la mia stessa natura, ha fatto provare a me un profondo sentimento di estraneità e molta solitudine. Mi sono sentita sbagliata.

Eppure questo aggettivo è il mio, questa sono io, o almeno una parte molto grande di me. Una parte sacra di me.

È questo che siamo io e te: creature sacre.

Per questo dovremmo rispettare e onorare la nostra unicità e invocare quella degli altri così che possano sentirsi liberi davanti al nostro sguardo.

Tu ti sei mai svendutə per una carezza? Io sì. Infinite volte.

Una cosa è certa: ogni storia, è sempre e solo una grande storia d’amore.

È per sentirci amatə che siamo dispostə a trasfigurarci arrivando in casi estremi a rinnegarci (burrone!), fino a perdere il contatto con il nostro nucleo vitale ed è solo con l’amore per noi stessə che possiamo curare questa ferita che ci siamo procuratə, la più dolorosa, quella che fa perdere la magia.

Gira e rigira è sempre “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Ed è con amore che dobbiamo guardare a quella fila di aggettivi che via via collezioneremo perché è di noi che parlano, meravigliose creature che non siamo altro.

Tua, Floriana

*Aveva gli occhi colore del cioccolato e baciava da dio.


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